Un punto di vista tecnico-scientifico sull'energia nucleare, sulla radioattività e i suoi effetti e su altri temi di interesse
venerdì 10 giugno 2011
martedì 7 giugno 2011
Dire no al nucleare è arte
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| L'urlo nucleare, divenuto ormai simbolo della protesta |
La Stampa ci comunica in un articolo multimediale che “40 artisti hanno regalato a Greenpeace e al fotografo Andrea Massari, che li ha ritratti, la loro faccia più arrabbiata e pazza per fermare il ritorno al nucleare in Italia”.
Altrove si legge che alcuni ragazzi vivono ormai da parecchi giorni chiusi in un rifugio anti-radiazioni come se fosse “esplosa una centrale nucleare” (sic) e non usciranno finchè “il referendum cancellerà l’incubo nucleare”(sic!).
In televisione spopolano i vari Annozero che sparlano di nucleare, facendo (come sempre) ogni sforzo per cercare di convincere l’audience che chi vuole il ritorno di questa fonte di energia è un pazzo assassino senza scrupoli (cavolo, mi hanno scoperto...ora dovrò limare i miei bei canini lunghi da vampiro). Addirittura, nell’anteprima della trasmissione di Santoro, si cita il saggio gufo Celentano, che dodici anni fa profetizzava provocatoriamente “Oggi il grado di cultura di un popolo si misura in base al numero di centrali nucleari che quel popolo possiede” e a seguire faceva vedere un’esplosione atomica.
Sono preoccupato. Seriamente. Siamo di fronte a un fenomeno nuovo, figlio della nostra epoca: un’epoca di comunicazione, ma non di cultura. Un’epoca in cui chiunque può trovare qualunque cosa su internet e sbandierarla come una delle tante possibili verità. Un’epoca in cui seguire in massa i luoghi comuni della politica senza accendere il cervello e riflettere è diventata più di una moda: è uno stile di vita. È una nuova forma di fede religiosa: la gente crede per fede che “il nucleare” sia un “incubo” esattamente come crede per fede che nel 2012 “finirà il mondo” (ma che vuol dire poi?). Peggio ancora, alla superficialità e scarsa voglia/tempo per approfondire si aggiunge la faziosità politica del “votare contro” e l’abilità dei soliti imbonitori di folle a trascinare le masse contro l’avversario politico.
Non voglio, con questo discorso, sostenere che tutti dovremmo essere favorevoli all’energia nucleare. Non è semplicemente vero. È però vero che discutere con chi è vittima di questa fobìa aprioristica è inutile: ogni volta che sento domande quali “e il problema delle scorie?” mi rendo perfettamente conto che chi le pone non sa in realtà di che cosa sta parlando. Parla per sentito dire, tant’è che tende a chiudersi a riccio non appena gli si pongono domande semplici quali “Scusa, ma tu cosa intendi per problema delle scorie?”. Allora, ciò che si dà per scontato essere un grave, irrisolvibile problema, spesso condito di faziosità politica e sfiducia nelle istituzioni, si rivela essere solo una questione tecnica molto precisa, da affrontare e risolvere. Purtroppo però, come per qualunque tema specifico, rispondere alla curiosità su questi argomenti richiede pagine e pagine di noiosi approfondimenti tecnici. La gran parte delle volte, per sentirsi poi dire “ma dobbiamo essere tutti ingegneri nucleari per parlare di nucleare?”
Niente da fare: siamo un dannato paese di allenatori di calcio. Sappiamo tutti molto meglio di Prandelli chi deve mettere in campo la nazionale di calcio stasera e allo stesso modo, beh, noi sì che abbiamo capito come funziona davvero il nucleare. E riteniamo ovviamente che chi non la pensa come noi ha torto marcio, è venduto o ha degli intrallazzi economico-politici per pensarla così. Buttarla in politica, poi, è lo sport nazionale. L’energia nucleare invece non ha colore politico: è una soluzione tecnica, con i suoi vantaggi e svantaggi e tale deve rimanere.
In questi anni si comincia a vedere dove questa faziosità popolare ci sta portando: all’essere sempre più consumatori passivi, un gregge di pecore guidato dai vari imbonitori di folle che cavalcano le fobìe popolari a scopi elettorali. Gente che prende temi tecnici importanti e li trasforma nel casus-belli del momento, attaccando senza tregua chi la pensa diversamente e starnazzando come un’oca del campidoglio. E intanto la competitività scende, le aziende chiudono e la gente rimane a casa. Signori miei, sulle faccende importanti si discute, non si litiga.
E così, domenica 12 e lunedì 13 giugno saremo chiamati a votare un referendum che toglierà dall’agenda dei nostri governi l’investimento di 30 miliardi di euro, gestiti per il 70% da aziende italiane, con la conseguente mancata creazione di 13.600 posti di lavoro diretti e circa 10.000 di indotto (La Stampa). E impedirà la riduzione dei costi dell’energia elettrica a lungo termine, con il conseguente incentivo alle aziende italiane a restare qui e a quelle straniere a venire a investire da noi, evitando ulteriori possibili posti di lavoro. E contrasterà la riduzione delle importazioni di energia elettrica dall’estero, oggi al 14%, che avrebbe portato a una diminuzione delle spese energetiche dirette e un aumento dell’indipendenza energetica (leggi politica) italiana da Francia, Russia e paesi nordafricani. Ricordo che la soluzione proposta per esempio da Kyoto club, interamente a fonti rinnovabili, richiede un’importazione di energia dall’estero pari al 25% del totale (ne abbiamo parlato qui).
E tutto questo a fronte di cosa? Della necessità di affrontare seriamente e professionalmente alcuni problemi tecnici e tecnologici come la gestione delle scorie nucleari (in verità non molte più di quelle che già oggi produciamo coi nostri impianti medicali per la radioterapia) o la gestione in sicurezza delle centrali (che già facevamo negli impianti di 50 anni fa). Temi importanti, da non sottovalutare, ma da risolvere sul piano tecnico, non alle urne con un referendum popolare che cancellerà per anni ancora l’adozione di un piano energetico nazionale in grado di far progredire veramente questo paese.
In questa situazione penosa, vale la pena ricordare La Stampa per il patetico articolo del celebre opinionista Luca Ricolfi. Caro Ricolfi, è inutile dare tanto la colpa alla politica: sappiamo bene che i nostri rappresentanti sono perlopiù biechi e corrotti approfittatori delle situazioni confuse per scopi elettorali. Ma chi se non voi ha contribuito a creare questo clima di fobìa antinucleare (con articoli come questo, questo e questo)? Ora vi assicuro che é tardi per accorgersi che il sensazionalismo a ogni costo ha un prezzo.
mercoledì 25 maggio 2011
Ennesimo articolo di Repubblica su Fukushima. Ma il corrispondente soffre di sdoppiamento di personalità.
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| (C) film omonimo |
Leggo con estremo disappunto l’articolo pubblicato lunedì su La Repubblica da Daniele Mastrogiacomo, corrispondente dal Giappone. Al solito, il quotidiano romano è campione italiano di disinformazione organizzata.
Strabiliante la completa inconsistenza dell’articolo scritto con il filmato allegato, che vede protagonista lo stesso Mastrogiacomo, tanto da far sospettare che:
1)l’articolo non sia stato scritto dal corrispondente ma da qualcuno della redazione di Roma, che non si è manco preso la briga di informare Mastrogiacomo o verificare quello che scrive di persona; oppure
2) Mastrogiacomo stesso soffra di sdoppiamento della personalità.
Prendendo per buona la seconda (sia mai che accusiamo Repubblica di truffare i suoi lettori...), chiameremo allora Masterjackill la sua fantomatica seconda personalità.
L’ignoranza crassa di Masterjackill si palesa non appena parte con un minimo di tecnicismi: “Oggi si scopre ciò che era apparso chiaro due settimane dopo il terremoto e il disastro di Fukushima: le barre si sono fuse e il loro carico di schifezze ha bucato la base della piscina di raffreddamento. Gli isotopi radioattivi sono sprofondati nelle viscere della terra. Non si sa dove si irradierranno”.
Primo: la percentuale di fusione del nòcciolo non è chiara nemmeno ora e nemmeno alla NISA, figuriamoci a un giornalista di Repubblica.
Secondo: la piscina di raffreddamento non c’entra un fico secco con il reattore.
Terzo: il materiale radioattivo del nòcciolo non è sprofondato proprio da nessuna parte, ma è rimasto dentro il contenitore in pressione o al massimo può essere colato in parte nel contenitore di sicurezza in cemento.
Quarto: il materiale del nòcciolo irradierà, cioè emanerà radiazioni, esattamente lì dove è finito, cioè nel contenitore d’acciaio in pressione oppure in minima parte nell’edificio di contenimento, schermato da metri di cemento e acciaio.
Tanto per non lasciare spazio a dubbi, il nostro eroe produce poi un po’ di sana fuffa mistica, nella frase: “ Oggi ci sono 0,04 millisievert. Due settimane fa erano 170.”
Notevole la mancanza di qualunque indicazione di carattere spaziale e temporale, il che contribuisce a dare quell’alone di mistero che contraddistingue la vera fuffa d’autore dalle informazioni di una qualche utilità pratica. Ovvero: 0,04 e 170 millisievert cosa, all’ora? All’anno? E dove, alla centrale? Nella zona di esclusione? Nel paesino da cui Masterjackill (o Masterhide?) ci scrive?
Secondo la stessa filosofia, potrei sostenere che “oggi ci sono 240 gradi, due settimane fa erano 320”. Ma dove? Beh, i 320° probabilmente nel Sahara, i 240° in antartide dove è autunno inoltrato. Già, sono Kelvin, non Celsius.
Ora mi chiederete: perchè sono così duro con questi poveri imbrattatori di carta da giornale e siti internet?
1) Perchè scrivere un articolo strappalacrime sullo stato di depressione dei giapponesi del nord-est, lasciando deliberatamente intendere che la colpa è soprattutto della crisi nucleare e accusando apertamente di negligenza i lavoratori TEPCO (“I tecnici della Tepco hanno sbagliato. È prevalsa la logica del business, a scapito della salute dell'uomo.”) non è nemmeno un atteggiamento offensivo, ma semplicemente sciacallaggio a sfondo politico. E l’alterazione della realtà per spalmar fango sui temi politici ci ha davvero rotto.
2) Perchè sostenere che “Sopra le zolle divelte affiorano ortaggi deformi. Finocchi grossi come meloni, ciuffi di insalata alti mezzo metro” e che “Tacciono perfino gli animali già emigrati altrove”non è soltanto un’invenzione giornalistica per dare enfasi al racconto, ma una grave mistificazione della realtà: non è possibile che ci siano ortaggi mutati dalle radiazioni (d’altronde l’articolo non lo dice, lo lascia solo intendere) e basta dare un’occhiata al filmato dello stesso Mastrogiacomo per notare che gli animali non sono affatto “emigrati altrove” (al min 4:25, Mastrogiacomo, quello vero, parla di un veterinario che è appena stato nella zona di esclusione per verificare alcuni capi di bestiame...sic!).
3) Perchè sostenere per ben tre volte che “Siamo 20 chilometri a est di Fukushima Daiini, la centrale maledetta e sfortunata...”, “...la società che gestice Daiini e che da 72 giorni lotta disperatamente per domare un mostro indomabile...” e “Quattro dei sei reattori di Fukushima Daiini sono rimasti senza circuito di raffreddamento...” è più di un banale errore, è ignoranza e mancanza di impegno nel verificare pochi semplici fatti:
Primo: “Daiichi” è il cardinale di “ichi”(“uno”), cioè vuol dire “primo”. Daini è il cardinale di “ni” (“due”) cioè “secondo”. “Daiini” (con la doppia “i”) non significa un tubo di niente.
Secondo: ormai anche i muri sanno che la centrale che è andata in crisi è Fukushima Daiichi, non Daini. Posso sbagliarmi io, da più di 10000 km di distanza, non il corrispondente locale. Sempre a meno che la sua seconda personalità scriva dall’Italia e ignori completamente ciò che fa e dice la prima, filmato incluso.
Terzo: basta google maps per accorgersi che Tamura, il paesino indicato più volte nell’articolo, sta a 60 km da Daini (poco più da Daiichi), non a 20 km.
Ma il motivo vero percui questo articolo è un insulto al giornalismo è l’iniezione gratuita di sfiducia e complottismo insita dietro certe affermazioni, come “Non sappiamo se sia vero. Bugie e verità continuano a mischiarsi.”
Curiosamente poi, nel filmato, Mastrogiacomo Daiichi (cioè Mastrogiacomo I, la sua personalità giapponese) sostiene una cosa completamente diversa (3:55 circa): “Sono diretti verso un incendio divampato in una montagna vicino, così ci dicono. Ma per il resto è solo silenzio.” Magari fosse così anche per Repubblica.
venerdì 20 maggio 2011
Saluggia e le mistificazioni planetarie di Legambiente
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| © FOX and its related entities |
Il Fatto quotidiano pubblicava domenica 15/5 un articolo (dis)informativo sulla gestione delle scorie nucleari a Saluggia, in Piemonte. L’articolo, derivante da un filmato a regia di Stefano Cavallotto, è un ottimo esempio di mistificazione ambientalista. Vediamolo nel dettaglio.
“A Saluggia l’impianto Eurex e il deposito Avogadro contengono l’85% delle scorie radioattive italiane. Sono principalmente in forma liquida e da 30 anni si trovano a due passi dalla Dora Baltea e a 1,5 km dal più grande acquedotto del Piemonte. Secondo molti esperti, i rischi di contaminazione sono enormi. Carlo Rubbia, dopo l’alluvione che nel 2000 sommerse parte dei depositi, affermò che si era sfiorata una “catastrofe planetaria”.”
Ecco il primo esempio di mistificazione. Riscrivo lo stesso concetto senza mistificare: “A Saluggia, l’impianto Eurex e il deposito Avogadro contengono l’85% delle scorie radioattive italiane. Parte consistente di esse è in forma liquida, all’interno di contenitori appositi per rifiuti liquidi radioattivi. Per quanto riguarda la sicurezza, tuttavia, la vicinanza della Dora Baltea e del canale Farini portano gli esperti a ritenere che il materiale non sia custodito in condizioni di sufficiente sicurezza, nonostante da 30 anni non si siano verificati rilasci pericolosi di radioattività anche a seguito dell’alluvione del 2000”
Prima che qualcuno mi dica che “non è vero che non ci sono stati rilasci”, linko qui il rapporto dell’ARPA sui siti nucleari piemontesi, nel quale si dice che “I valori della contaminazione sono comunque molto bassi e la dose alla popolazione si è sempre mantenuta al di sotto dei limiti fissati dalla normativa vigente”, e “benché cautelativamente la presenza di Cs-137 e di Sr-90 negli alimenti sia stata attribuita in toto agli impianti” va detto che “i valori di concentrazione di Cs-137 nei suoli [...] sono inferiori al valore medio piemontese e non distinguibili dal contributo dell'incidente di Chernobyl”. Insomma, si tratta di tracce di materiali radioattivi artificiali cautelativamente attribuite in toto agli impianti, ma che sono in quantità inferiore a quella riscontrata in montagna, dove “guarda caso” il fallout di Chernobyl è stato maggiore. Intendiamoci, un minimo di contaminazione c’è stata, ma talmente scarsa da confondersi con ciò che resta dell’incidente di Chernobyl e degli esperimenti nucleari in atmosfera degli anni ’50 e ’60.
Tornando all’articolo, menzione speciale merita la sparata del celebre prof. Rubbia sulla “catastrofe planetaria”. Secondo lui, quindi, tra le catastrofi di probabile portata planetaria, accanto a un asteroide di dimensioni superiori ai 10 km che impatta contro la terra, un terremoto planetario di grado superiore al 9 della scala richter e una guerra mondiale, abbiamo l’allagamento di alcuni bidoni di scorie in un piccolo paesino del piemonte. Strabiliante.
“Saluggia ospita anche 5 kg di plutonio: una quantità sufficiente a uccidere 50 milioni di persone.” Questa è la mia preferita! 50 milioni di persone è qualcosa come l’80% della popolazione italiana. Da dove arriva questo numero? Mica avranno usato ciò che dice l’ambientalista nel video (“è sufficiente un decimo di milligrammo di plutonio, se inalato, per uccidere una persona”) per poi dire: 0,1 milligrammi = 1 persona, 5 Kg = 50 milioni di persone! Chi gli spiega che il plutonio è un metallo e che farlo inalare a 50 milioni di persone è virtualmente impossibile, anche mettendosi d’impegno?
“Spostandosi a Trino ci si imbatte nella ex centrale nucleare “Enrico Fermi”, ora in fase di smantellamento: un’eredità dell’atomo che pesa sulle bollette degli italiani 400 milioni di euro all’anno.” Certo, eredità che discende dalla brillante idea, da parte degli stessi ambientalisti, di disattivare le centrali che avevamo allora, costate fior di soldoni e non ancora del tutto ripagate. Ora sono inutili monumenti all’idiozia umana, macchine complicatissime e costosissime tenute spente. Congratulazioni.
“È inattiva dal 1987, ma continua a rilasciare radioattività, sia in atmosfera che nelle acque del Po.”Altra perla della mistificazione: l’emissione durante l’esercizio è praticamente zero, quella durante il decommissioning “non comparabile” con la fase di esercizio, secondo il già menzionato rapporto dell’ARPA Piemonte. A chi interessasse, ho trovato il rapporto 2003 di ARPA Piemonte su questo tema. Suggerisco anche di dare un’occhiata alla risposta del prof Chiavassa su Scienza Attiva.
Tornando all’articolo:“Nonostante i rischi coi quali la popolazione convive, l’unico piano di emergenza disponibile è tenuto segreto. Ma la Legge Reg. n.5 del 18 febbraio 2010 impone che “la Regione ed i comuni interessati, senza che i cittadini ne debbano fare richiesta, assicurano preventivamente alla popolazione l’informazione sulle misure di protezione sanitaria” ed il comportamento da adottare in caso di emergenza. Un silenzio illegale, quello degli enti locali. Che, ora, ha portato le associazioni Legambiente e Pro Natura a diffidare la Regione Piemonte e i comuni di Trino e Saluggia”
Ecco la solita vena complottista che emerge; attenzione però che anche questa non è una bufala, ma una mistificazione della verità. L’autogoal legislativo infatti c’è: in rete, si trova il decreto citato dall’articolo, che dice effettivamente quanto riportato. Allora qual è l’inghippo?
Tutti gli impianti di stoccaggio e processamento di sostanze chimiche pericolose e tutti i trasporti, su gomma o ferrovia, di materiali tossici, infiammabili o esplosivi (benzina, gasolio, GPL e metano, tanto per citarne alcuni) sono da sempre tenuti a produrre un piano di emergenza. Come dice il termine stesso, il piano di emergenza prevede una serie di misure da adottare in caso di incidente rilevante, per la gestione della situazione. Invito a verificare di persona, scrivendo semplicemente su google “piano emergenza trasporto metano” ad esempio: le attività a rischio rilevante sono letteralmente migliaia ogni giorno. Ebbene, qualcuno ha mai sentito vagamente parlare di questi piani? No, perchè non ce n’è bisogno! In caso (rarissimo) di incidente, il piano viene semplicemente attuato e la popolazione evacuata. Per chi fosse curioso, qui c’è una copia del piano di emergenza relativo al trasporto di materiale radioattivo in questione.
venerdì 22 aprile 2011
La Stampa e TG Leonardo sono convinti che produrremo presto energia spaccando pezzi di granito.
Gira da qualche giorno un articolo di La Stampa a proposito di un curioso esperimento presentato al Politecnico di Torino. Il responsabile del gruppo di ricerca, prof. A. Carpinteri (docente storico di scienza delle costruzioni alla facoltà di ingegneria meccanica proprio al PoliTo), fa parte di un gruppo di ricerca più vasto sul tema dei cosiddetti fenomeni “piezonucleari”, insieme con F. Cardone del CNR di Roma. L’evento di presentazione è stato mostrato anche da TG Leonardo (particolarmente divertente: non ho mai sentito così tante idiozie in così pochi minuti di servizio).
L’idea alla base del piezonucleare è di indurre reazioni nucleari attraverso la compressione della materia, sia solida che liquida: in passato, il gruppo aveva tentato di dimostrare un’accelerazione del tempo di decadimento del Torio 228 se messo in soluzione acquosa sottoposta a cavitazione. Il condizionale è d’obbligo in quanto l’articolo conseguente a questo esperimento è stato oggetto di numerose critiche da parte della comunità scientifica internazionale.
Oggi, lo stesso team presenta al politecnico di Torino una nuova prova dell’esistenza di effetti piezonucleari sotto forma di emissione di neutroni all’atto del cedimento strutturale di un blocco di granito. Secondo l’interpretazione del gruppo, la tensione liberata dalla rottura del blocco indurrebbe la fissione nucleare di alcuni atomi di ferro contenuti nel campione, trasformandoli in alluminio e liberando neutroni.
A supporto di questa ipotesi, il gruppo presenta in un articolo su ArXiv.org alcuni esperimenti eseguiti con marmo di Carrara e pietre di Luserna (granito), dai quali si evincerebbe la presenza di tracce infinitesimali di alluminio, accompagnata dal rilevamento di un picco di radiazioni neutroniche oltre 10 volte il fondo naturale. Il fenomeno sarebbe rilevabile soltanto nel granito, il che è spiegato dal team di ricercatori come dovuto al fatto che la rottura del marmo non genera un’energia sufficiente a provocare la fissione del ferro.
Fin qui, la faccenda genera solo stupore e un po’ di sano scetticismo sui metodi e risultati dell’esperimento. Nel percorso della scienza, è proprio questo l’atteggiamento corretto: chi vuole mostrare un nuovo fenomeno fisico e proporre una spiegazione deve rispondere in modo ragionevole a tutte le controargomentazioni possibili e immaginabili, cosicchè si deduca che quanto sostiene è effettivamente oggettivo. Vedremo se il team di Carpinteri e Cardone, finora un po’ carente su questo aspetto, saprà dare dimostrazione adeguata dei fenomeni che presenta.
Ma il meglio arriva dai nostri soliti solerti giornalisti: La Stampa pubblica infatti un delirante articolo a firma Andrea Ciattaglia, dal quale si evince chiaramente che non ha capito assolutamente nulla della ricerca presentata ma preannuncia la soluzione dei problemi energetici (?) del pianeta.
Nell’articolo si parla di “Centrali a ferro, nichel, oppure a granito per produrre l’energia nucleare del futuro.” Ve lo immaginate? Una pressa enorme che schiaccia un blocco di granito fino a romperlo, usando mostruose quantità di energia per ricavarne qualche neutrone (rilevabile a fatica).
Ma la fisica ci dice che la reazione di fissione produce energia se a rompersi sono atomi più grossi del ferro; se no la reazione è addirittura endoenergetica, cioè richiede energia! È la ragione per la quale le stelle con massa superiore a 8 volte quella del sole esplodono come supernovae. Proprio qui sta la novità ipotizzata da Cardone e Carpinteri: i neutroni rilevati sarebbero molto energetici, il processo ipotizzato sarebbe quindi esoenergetico e la fisica nucleare completamente da buttare. Niente male per aver spaccato due sassi. Ma pensare a ipotesi alternative?
Comunque, anche se fosse vero quanto sostengono Carpinteri e soci e riuscissimo a trasformare l’energia di quei quattro neutroni in energia elettrica, come mai faremmo a compensare tutta quella usata per la compressione del granito? In altre parole: dò 100 di energia schiacciando, 99 serve per rompere il granito e 2 (immaginando una fissione esoenergetica...mah) finisce ai neutroni emessi. Dove sta il vantaggio, esattamente?
Ma non è finita: l’articolo di Ciattaglia prosegue con un bel “senza emissioni radioattive”. Certo perchè i neutroni emessi non sono radiazioni? “E con lo stesso procedimento si potranno trattare scorie nucleari riducendone la nocività diecimila volte più velocemente che in natura” bello dare per scontato un risultato sul quale gli stessi autori sono scettici (e comunque sarebbero 104 volte meno, non diecimila).
“Elementi non radioattivi (ferro, nichel, calcio), sia disciolti nei liquidi sia in versione solida, che vengono sottoposti a onde di pressione, anche fino alla rottura, liberano flussi di neutroni.” Dire che ferro, nichel e calcio sono “elementi non radioattivi” è già una bella stupidaggine: esistono isotopi radioattivi di tutti e tre gli elementi (così come esistono isotopi non radioattivi del Cesio per esempio) e nulla esclude la possibilità che esistano già nel granito usato per l’esperimento o siano generati dalle ipotetiche fissioni piezonucleari.
“Il flusso di neutroni sprigionato dal materiale “porta via” parte della sua eventuale radioattività”. Questa frase non vuol dire assolutamente nulla: la radioattività è una proprietà di un nucleo atomico e si può eliminare soltanto rimuovendo l’atomo radioattivo o lasciando che decada e diventi stabile. È come dire che accendendo una lampadina blu, il flusso di fotoni generato “porta via” il colore della lampadina.
Ma la cavolata maxima arriva nel gran finale: “gran parte dei fisici e altri scienziati non riconoscono i risultati di questi esperimenti, eseguiti quasi clandestinamente e senza finanziamenti - dice Carpinteri -. I test mettono in discussione la fisica di Einstein e Bohr, che molti studiosi non sono disposti a rivedere”.
Ah, l’inconfondibile profumo del complotto internazionale. Sarebbe a dire che gli scienziati cattivi e corrotti non vogliono rivedere l’A-B-C della fisica nucleare sulla base di un paio di esperimenti dai risultati incerti. Un ottimo escamotage per nascondere l’evidenza, cioè la mancanza di risposte convincenti alle domande (lecite) degli scienziati, nascondendosi dietro l’ignoranza del giornalista di turno. Congratulazioni.
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